RELAZIONE DI FINE ANNO 2025 DEL PRESIDENTE DEL G.A.C.


Cari amici, gentili colleghi

 

A fine anno è tempo di fare insieme un bilancio delle attività svolte e dei risultati raggiunti e, soprattutto di condividere gli obiettivi che ci attendono nel 2026.

 

Premessa

La tutela degli animali è stata inserita nell’articolo 9 della Costituzione con la legge costituzionale n. 1 dell’11 febbraio 2022.

 

Questa riforma ha modificato i Principi Fondamentali, aggiungendo al terzo comma dell’art. 9 il riferimento alla protezione dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, e stabilendo che la legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali.

 

Questa “scelta” non è di secondo conto ma ad oggi è totalmente disattesa. Infatti, lo Stato non si è mai poi preoccupato di definire i criteri minimi della “Tutela degli animali” sul territorio nazionale. Tale assenza si è trasformata nell’avere un territorio diviso in Regioni e Province autonome, ognuna delle quali ha emesso normative differenti.

 

Se lo Stato avesse legiferato, non ci sarebbe un doppio regime (Regioni virtuose e Regioni meno) che si traduce in due aspetti: una cura del Benessere Animale a macchia di leopardo e uno stravolgimento delle regole negoziale. Laddove la tutela è minore si generano costi ridotti e uno sbilanciamento commerciale che premia il luogo dove ha sede l'attività e non il valore di ciò che si produce.

 

Lo Stato c'è ma non si fa sentire

 

Fatta questa premessa, ci accorgiamo di come l’assenza di una precisa volontà di normare a livello nazionale, sia presente anche nei singoli atti dei vari Ministeri e dei tavoli interregionali.

 

Se ad esempio prendiamo in prestito ciò che sta accadendo con la Bozza del Regolamento Sinac (provvedimento amministrativo, non normativo, finalizzato a fornire indicazioni applicative delle disposizioni del DM Sinac – una sorta di linee guida) ci accorgiamo come sarebbe necessario andare a dettagliare ed a spiegare ciò che la norma ha stabilito (D.lgs. 134/22 e relativo Manuale Operativo per il sistema di identificazione I&R all’art. 5, comma 1, come attività di allevamento definita all’art. 2, comma 1, lettera aa).

 

Si continua così a non affrontare quelle che sono vere e proprie problematiche introdotte da una impropria classificazione basata solo sul numero di detenzione di “Femmine intere in età fertile adibite annualmente alla riproduzione”. Problematiche che ognuno di noi, addetti ai lavori, conosce e rispetto alle quali sarebbe in grado di fornire le necessarie competenze per essere declinate in maniera coerente e corretta.

 

Lo Stato delega e fa da osservatore cieco

 

Dall’analisi dei lavori preparatori appare evidente, invece, che si voglia agire alla “Ponzio Pilato” rimandando alle Regioni la patata bollente o addirittura scaricando la successiva definizione e regolamentazione sul MASAF, dopo essersi intestati le competenze al MASAF deputate.

 

Inoltre, se proprio dobbiamo sorvolare sull’intervento a gamba tesa della Sanità in merito al D.lgs. 134/22 e successivi, non possiamo che interpretarlo in termini di proprie competenze in materia sanitaria e, di conseguenza, leggere le classificazioni attribuite esclusivamente come il risultato di una valutazione del rischio sanitario. Si può desumere senza molta fatica che l’indicazione è in linea con la vecchia ratio che non prevedeva autorizzazioni e prescrizioni al di sotto di una certa soglia di soggetti detenuti/ospitati.

 

Questo assume ancora più forza in quanto vi è il richiamo alla privata abitazione, quale luogo in cui poter esercitare l’attività amatoriale. Affermato ciò, allo stesso tempo si è previsto anche per gli Allevamenti Amatoriali, l’iscrizione in Sinac e non risultando che ne è inibita l’immissione sul mercato della progenie ne consegue che sono veri e propri stabilimenti a cui va rilasciato il codice struttura, così come ormai interpretato territorialmente da diverse autorità Veterinarie.

 

Resta però del tutto incomprensibile il fatto che, se la norma riguarda il rischio sanitario, come non tenga in considerazione anche i soggetti maschi e il numero max di cuccioli che nascono. Elementi questi che incidono notevolmente su una valutazione oggettiva di riferimento. Una valutazione oggettiva richiederebbe innanzitutto una definizione chiara e coerente del concetto di “fattrice”. Non si comprende, invece, la scelta di non precisare né il periodo in cui una cagna è considerata “riproduttore” - poiché la definizione proposta risulta incompatibile con la normale attività allevatoriale - né il momento in cui viene esclusa dal processo riproduttivo. Anche in questo caso, il richiamo alla biosicurezza appare più un pretesto che una motivazione reale: al di là dell’assurda richiesta, avanzata da alcuni operatori, di sterilizzare le cagne non riproduttive per evitare che vengano conteggiate, la loro semplice presenza inciderebbe comunque sui parametri di biosicurezza.

 

Bastano queste poche righe per farci capire, senza dubbio alcuno, che l’intervento del D.lgs. 134/22 nella classificazione degli allevamenti aveva tutt’altre finalità e probabilmente nasceva da suggerimenti ed interessi, che di fatto, oggi mettono in serio imbarazzo la DGSAF che da mesi non riesce ad emanare il richiesto atto normativo a firma del Direttore Generale.

 

La farsa finale poi è quella del suggerimento dell’ENCI (che non risulta voluto dal Masaf) che ha portato alla proposta di un articolo 10 della Bozza, sottoposto già in prima battuta al necessario confronto con le Regioni e le Province autonome: oltre ad essere insostenibile giuridicamente, sta creando forti tensioni in ambito MASAF, così come tra MASAF e Ministero della Salute e di cui direttamente ed a mezzo stampa ne sono informati i vertici politici.

 

Il coraggio della verità

 

Una vera e propria Commedia all’Italiana dove a farne le spese è il mondo allevatoriale, sopito e distratto da mille diverse informazioni spesso date da soggetti che non hanno nessuna risposta certa o che mentono sapendo di mentire.

 

Oggi invece è necessario alzare la voce e partire dall’origine di tutti i problemi e che ha costruito ed alimentato in questi anni, non solo un settore che non può affermare il diritto ad una propria dignità professionale ma che ha fallito anche nella necessità di tutelare la salute pubblica.

 

Il suo nome è “automatismo di industria insalubre” che è alla base della dicotomia tra allevamento amatoriale ed allevamento professionale cosa ancora più grave per la tracciabilità e la sicurezza sanitaria. Il “metodo” ha costretto e tollerato negli anni che si operasse senza poter essere soggetti a protocolli di tracciabilità e né di adottare anche minime misure di biocontenimento, amplificando il rischio sanitario, la perdita di dati epidemiologici. Per non parlare della tutela del benessere etologico delle specie e delle razze ospitate negli allevamenti concepiti più come galere che come ambienti sani, puliti e coerenti alle esigenze di vita e di lavoro di uomini ed animali.

 

Allevare specie è diverso da gestire un canile

 

La centralità del benessere etologico degli animali, nella loro specificità di specie e di razza, deve diventare il pilastro su cui costruire un modello di allevamento finalmente distinto dal concetto di “canile”. Quel modello, infatti, nasce da leggi pensate per un altro tempo storico – basti ricordare cosa fossero gli allevamenti nel 1934 – e non può più essere il riferimento per l’allevamento moderno degli animali da compagnia destinati a vivere nelle nostre famiglie e nelle nostre case.

 

Oggi non è più accettabile né che gli allevamenti di animali da compagnia vengano assimilati alla generica categoria degli “allevamenti”, né che l’unico paradigma immaginato dall’autorità veterinaria resti quello detentivo, rigido e artificiale. È altrettanto superato progettare gli allevamenti basandosi esclusivamente su criteri igienico-strutturali, come se il benessere dipendesse dal cemento o dalla facilità di lavaggio delle superfici.

 

La vera igiene è un progetto gestionale: protocolli, misure, organizzazione, autonomia professionale dell’allevatore. È questo che tutela la salute animale, non la mera conformità a modelli edilizi pensati per altre finalità.

 

Chi oggi si trova costretto a operare in strutture detentive perché sono le uniche autorizzabili non deve sentirsi giudicato né difendere quel modello per timore delle critiche. Al contrario, dovrebbe essere protagonista del cambiamento culturale: perché da esso dipendono il benessere etologico degli animali, la credibilità dell’allevamento stesso e la possibilità di allinearci finalmente a una visione moderna, europea e responsabile.

 

L’allevamento potrà uscire dalla gabbia in cui è stato recluso in tutti questi anni se la centralità di ogni proposta passa attraverso un “progetto allevatoriale” accompagnato dalla consapevolezza che bisogna cambiare e che alcune situazioni non sono sostenibili e non potranno essere sanate. Le Autorità Veterinarie nella loro funzione pubblica devono essere un supporto ed un aiuto a definire modelli realizzabili e non interpreti repressivi di norme che mai potranno contemplare l’insieme delle singole esigenze e proposte. Norme che non tengono conto dei differenti luoghi, spazi, strumenti e protocolli che ogni singolo allevatore può scegliere e mettere in atto nel proprio progetto di allevamento. L’industria insalubre non è un dogma che diventa limite ma deve essere una valutazione oggettiva di un progetto condiviso, supportato e guidato.

 

Il problema della mancanza di personale, cultura e strumenti da parte dello Stato non può essere risolto costruendo normative e regolamenti che impediscono lo sviluppo di pratiche più idonee. Oggi nelle Asl/AST sarebbe necessario trovare specialisti in comportamento animale anziché solo in igiene pubblica così come andrebbe richiamato a tutti il Codice di Comportamento dei Dipendenti Pubblici in Italia, principalmente definito dal DPR 62/2013 e aggiornato dal DPR 81/2023, che stabilisce i doveri etici (integrità, imparzialità, diligenza, trasparenza) e le norme di condotta per i dipendenti pubblici nell'attività lavorativa.

 

Noi come Associazione non ci vogliamo solo occupare di un problema contingente come è il Regolamento Sinac ma proprio per l’esperienza fatta su questo caso specifico; vogliamo costruire un tavolo tecnico/amministrativo/normativo che voglia finalmente occuparsi in maniera strutturale di tutte le esigenze di cui il settore degli animali da compagnia necessita. Siano consapevoli che per molti può sembrare utopia e che molti ormai sono disillusi ma, noi dalla parte nostra vantiamo quel giusto pizzico di follia che ci porta a non temere avversari e a stare al fianco di chi sostiene la nostra azione.

 

Ciò che non siamo disposti a fare è continuare a proteggere un modello che non è sostenibile e che ha fallito. Un modello che ha esaltato la corsa all’individualismo impedendo volutamente l’aggregazione. Un modello che si preoccupa più della gestione del potere che della tutela delle buone pratiche.

 

Pretendiamo un dialogo diretto con le istituzioni, l’ascolto e la coerenza tra l’azione legislativa e l’esigenza reale del comparto. Vogliamo allevare ma allo stesso tempo fare politica attiva e concreta e farla per questo nostro settore che ormai aspetta da troppi anni ed in cui non è più tollerabile che chi non lo fa per professione detti le regole ed offenda e giudichi sistematicamente. Chiudiamo insieme la stagione dei commercianti di cuccioli e diventiamo professionisti dell'allevamento. Solo valorizzando le nostre competenze il “prodotto” avrà il valore che merita. 

 

Il Presidente
Attilio Presta

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